Out, up e deep. Le scale del riutilizzo
L’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) ha pubblicato il 20 aprile 2026 un briefing dedicato ai modelli di business circolari in Europa, con un focus preciso: capire perché questi modelli facciano fatica a oltrepassare la condizione di nicchia. Il documento, intitolato Scaling circular business models in Europe, si basa su un rapporto del Centro tematico europeo sull’economia circolare (ETC CE, 2026) e affronta, tra le altre cose, i temi del riutilizzo, della riparazione, del remanufacturing e dei modelli servitizzati. Vale la pena leggerlo con attenzione, anche per ciò che non dice. Il briefing tende a rappresentare il riutilizzo attraverso la lente delle iniziative pilota, delle start-up e delle piattaforme digitali, lasciando sostanzialmente in ombra il settore dell’usato professionale. Un settore che in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio del Riutilizzo citati da ISPRA e dalla stessa EEA, e prendendo in considerazione il solo comparto dei negozi conto terzi, è in grado di riutilizzare circa 230.000 tonnellate di beni ogni anno (senza ricevere alcun contributo pubblico). Non si tratta di un’omissione trascurabile, e tenerla presente aiuta a leggere meglio i dati e le conclusioni del documento.

Il documento, basandosi su una pluralità di fonti, afferma che i settori dell’economia circolare rappresentavano nel 2023 l’1,8% del PIL dell’Unione Europea e il 2% dell’occupazione, con circa 4,4 milioni di addetti. Riciclaggio, riparazione e riutilizzo sono inseriti nello stesso contenitore, e le stime escludono le imprese che svolgono attività circolari come attività secondaria, e le attività non commerciali. La quota di materiali secondari nel consumo totale dell’UE si fermava intanto al 12,2% nel 2024, con una crescita quasi piatta dal 2010. Quest’ultimo dato è stato adottato dalla Commissione Europea come termine di riferimento per calibrare i prossimi obiettivi di circolarità. Entro il 2030 si punta a un raddoppio, ossia a un 24% di utilizzo circolare dei materiali.
I quattro archetipi: dove sta il riutilizzo?
Il briefing organizza i modelli di business circolari in quattro grandi categorie (chiamate “archetipi”, probabilmente per sottolinearne il valore ideale). Il primo archetipo è quello della longevità e durabilità: prodotti progettati per durare, riparabili, aggiornabili. Il secondo è l'access-based, ovvero noleggio, leasing e condivisione, includendo il cosiddetto Product-as-a-Service (PaaS). Il terzo comprende il riutilizzo e remanufacturing, spaziando dal mercato dell'usato alla ricondizionatura, riparazione e rigenerazione di prodotti e componenti. Il quarto è il riciclaggio (il segmento che, senza dubbio, è meglio regolamentato dalla norma ambientale).
Il briefing riconosce che il riutilizzo (inteso ai sensi della norma come estensione dell’utilizzo del prodotto oltre il primo utente) comprende sia le piattaforme digitali peer-to-peer che i cosiddetti “canali tradizionali” dell’usato (termine improprio, perché usato in modo generalistico per definire il riutilizzo che dispone di piattaforme fisiche, senza valutarne il livello di innovazione). La maggior parte dell’attenzione è però rivolta alle piattaforme digitali e alle start-up; i riferimenti ai negozi fisici e agli operatori professionali sono molto più scarsi. È una scelta di cui il documento non dà ragione esplicita, e che vale la pena tenere a mente mentre si leggono i dati. Nello stesso “archetipo” è incluso il remanufacturing; un’altra scelta che potrebbe essere discussa, trattandosi di un’attività prevalentemente di tipo industriale, lontana dalle dinamiche di mercato del riutilizzo.
Il mercato del riutilizzo cresce, ma non abbastanza in fretta
Sul fronte del riutilizzo, secondo il briefing, i segnali sono incoraggianti. I mercati dell’usato stanno crescendo in tutta Europa, con un’accelerazione marcata nel settore tessile e moda. Le proiezioni citate nel briefing indicano che il mercato dell’abbigliamento usato in Europa potrebbe passare da 15,9 miliardi di euro nel 2024 a 26 miliardi nel 2030. Il briefing cita come caso di scaling out Vinted, piattaforma lituana di compravendita peer-to-peer: oltre 105 milioni di utenti registrati nel 2023, presenza in 23 paesi europei. È uno dei tanti canali attraverso cui il riutilizzo si esprime, non necessariamente il più rappresentativo.
Sul remanufacturing il quadro è più sfumato. Si tratta di un settore in rapida crescita, con proiezioni che parlano di un mercato da 100 miliardi di euro entro il 2030 nell'UE. Il briefing segnala che nell’UE il remanufacturing occupa circa 192.000 persone impiegate in oltre 7.200 imprese, operando prevalentemente in mercati B2B: automotive, aerospaziale, attrezzature medicali. I freni alla diffusione più ampia sono identificati con precisione: requisiti di capitale elevati, assenza di standard riconosciuti e, soprattutto, progettazione del prodotto che ancora non contempla la riparazione o la rigenerazione come opzione.
Riparazione: stabile ma a rischio
Il quadro della riparazione è complesso. Da un lato, i dati mostrano una relativa stabilità occupazionale nel settore; dall'altro, il numero di imprese che offrono servizi di riparazione è in leggero calo. Il mercato è insidiato da più direzioni: la sostituzione prematura è incentivata dal basso costo dei prodotti nuovi, dall'obsolescenza emotiva e da quella software, oltre che da un deterioramento generalizzato della qualità dei prodotti. Il risultato è quantificabile: i consumatori europei perdono circa 12 miliardi di euro l'anno sostituendo beni che potrebbero essere riparati. A livello ambientale, lo smaltimento prematuro genera 261 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, 30 milioni di tonnellate di risorse e 35 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno nell'UE.
La norma è in evoluzione. A livello europeo, importanti misure in favore della riparazione sono introdotte dal Regolamento Ecodesign (che impone la progettazione di beni che devono essere riparabili) e dalla Direttiva sul Diritto alla Riparazione (che impone ai fabbricanti di garantire la riparazione dei loro prodotti). Misure nazionali come il bonus riparazione francese mostrano il potenziale degli incentivi mirati. Ma il briefing è esplicito: si tratta ancora di eccezioni, non di tendenze generalizzate.
Il Product-as-a-Service: un percorso ad ostacoli
I modelli PaaS, che il briefing chiama "access-based", sono quelli che più incarnano la transizione da un'economia del possesso a un'economia dell'accesso. Il noleggio di biancheria per ospitalità e sanità, il workwear in abbonamento, il car-sharing urbano: sono tutti esempi di modelli già radicati in certi segmenti di mercato. I dati citati nel documento mostrano che tra il 2021 e il 2023 le aziende europee attive nel noleggio di beni personali e domestici sono cresciute del 13%, con un fatturato aumentato del 26% fino a 21 miliardi di euro nel 2023.
La rapida espansione non si è sempre tradotta in profitto né in benefici ambientali concreti. Un caso emblematico è quello della mobilità condivisa: car-sharing e bike-sharing sono diventati visibili nelle città europee, ma i loro benefici ambientali non sono automatici. Dipendono dal loro “valore di sostituzione”: sostituiscono l'auto privata o, al contrario, rimpiazzano spostamenti a piedi, in bici o con i mezzi pubblici? Scala non significa automaticamente impatto positivo.
I modelli PaaS, in generale, funzionano meglio nei mercati B2B, dove le economie di scala, i contratti di lungo periodo e la maggiore efficienza nell’acquisizione clienti creano condizioni di viabilità economica. Il passaggio al B2C è più complesso: richiede cambiamenti radicali nelle abitudini e nella psicologia del consumo e, inoltre, banche e assicurazioni considerano rischiose la diluizione nel tempo dei ricavi e l’imprevedibilità dei costi di manutenzione.
Tre modi di scalare: out, up, deep
Il contributo più originale del briefing è probabilmente la sua tassonomia delle strategie di scala. Il documento distingue tre modalità complementari: scaling out (espansione geografica e per base clienti), scaling up (trasformazione del contesto normativo e istituzionale per supportare l'adozione diffusa) e scaling deep (cambiamento culturale e comportamentale che incorpora la circolarità nelle norme sociali condivise).
Lo scaling out è quello più vicino alla crescita aziendale convenzionale. Vinted che entra in nuovi mercati acquisendo piattaforme locali, o Vytal che porta il suo sistema di contenitori riutilizzabili per il take-away da 1 a 23 paesi, sono esempi di questa logica. Ma il briefing avverte: l'espansione cross-border trova ostacoli specifici nei criteri di accesso ai mercati stranieri (requisiti di registrazione negli schemi di responsabilità estesa del produttore, definizioni divergenti di rifiuto e sottoprodotto, restrizioni alla rivendita di certi beni usati come elettronica o apparecchiature medicali).
Lo scaling up richiede invece interventi sistemici che superano la capacità del singolo operatore. Qui entra in gioco la politica: la Direttiva sul Diritto alla Riparazione, le aliquote IVA ridotte sui servizi di riparazione in Svezia, Francia e Austria, gli appalti pubblici di arredi circolari in Olanda, o il lavoro di Concular (impresa tedesca) nel definire standard per gli audit pre-demolizione degli edifici. Questi cambiamenti ridefiniscono le "regole del gioco" e creano condizioni di mercato più favorevoli alla circolarità.
Lo scaling deep è il più difficile da misurare ma probabilmente il più determinante nel lungo periodo. La raccolta differenziata è diventata norma comportamentale in molti paesi europei: è un esempio di scaling deep riuscito. Più recentemente, il car-sharing nelle città, soprattutto tra le generazioni più giovani, sta percorrendo la stessa traiettoria. Il numero di auto condivise ogni 1.000 abitanti in Germania è cresciuto del 624% tra il 2010 e il 2023.
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