Critiche al riuso, la risposta di Leotron
Alessandro Giuliani - Patron di Leotron
I resoconti giornalistici di una recente ricerca di Molinaro, Orzes e Sarkis, pubblicata su Business Strategy and the Environment e intitolata Unpacking Circular Economy Practices and Carbon Emissions Relationships: Co-benefits and Legitimacy Perspectives, trasmettono un messaggio forte: il riutilizzo e il riciclaggio, non sono pratiche realmente benefiche per l’ambiente, mentre le uniche pratiche realmente ecologiche sarebbero quelle legate al re-design del prodotto.
“Ciò che porta a meno emissioni, «sia dirette sia legate all’energia acquistata», è il redesign dei prodotti, usando meno materiali, componenti più leggeri, processi più efficienti, maggiore riparabilità e durata”, scrive il Sole24ore lo scorso 2 dicembre parlando della ricerca. Il Sole scrive subito dopo: “Diversa la situazione per riuso e riciclo. L’analisi, infatti, evidenzia una correlazione positiva con le emissioni di filiera: «Trasportare prodotti usati, selezionarli, trattarli e reintrodurli sul mercato richiede logistica inversa, energia aggiuntiva e processi industriali che non sempre garantiscono un bilancio climatico favorevole. In altri termini, il recupero non è automaticamente più sostenibile della produzione primaria»”.
Al di là dell’usuale semplificazione mediatica, che in ogni campo e anche in questo tende a far danni, sono alcuni passaggi della presentazione riassuntiva redatta dagli autori, a prestare il fianco ad interpretazioni massimaliste. Riutilizzo e riciclaggio, posti in un unico grande calderone, vengono definiti pratiche “reattive”, ossia volte a gestire il “rifiuto” quando esso è già stato prodotto, come a dire che mitigano, o cercano di mitigare, un danno che già è avvenuto. Come a dire, traendone le ultime conseguenze, che regalare a una cugina la camicetta da bimbo che non entra più al proprio figlio, sarebbe un contenimento del danno perché averla ceduta è già di per sé un problema ecologico. Uno degli autori della ricerca, Guido Orzes, professore di ruolo presso l’Università di Bolzano, accentua ulteriormente il concetto in un suo post su Linkedin, dove appare questo schemino:

Il messaggio, così semplificato, è fuorviante, non è corretto e non rende giustizia alla serietà dell’analisi scientifica compiuta dallo stesso Orzes e dagli altri autori.
Lo studio prende in esame 1.599 imprese manifatturiere, osservate nel periodo 2014-2021, e valuta l’impatto di diverse pratiche circolari sulle emissioni Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Nel paradigma dell’economia circolare il riutilizzo occupa un ruolo centrale: mantenere prodotti, componenti e materiali in uso più a lungo significa ridurre l’estrazione di nuove risorse e, in teoria, anche le emissioni associate alla produzione. Tuttavia, nella ricerca in questione, le pratiche circolari del riutilizzo e del riciclaggio vengono presentate come categorie aggregate, e tantomeno viene presentato un focus esclusivo sulle singole modalità operative di riuso.
Gli autori affermano che solo la riprogettazione del prodotto (product redesign) presenta una correlazione statisticamente significativa con la riduzione delle emissioni Scope 1 e Scope 2, cioè quelle dirette e quelle legate all’energia acquistata. Si tratta di ambiti su cui le imprese possono intervenire in modo relativamente diretto attraverso scelte progettuali e tecnologiche.
Diverso è il quadro per le emissioni Scope 3, che includono l’intera catena del valore: uso dei prodotti, trasporti, fornitori, logistica inversa e fasi post-consumo. Qui, nessuna delle pratiche di economia circolare considerate nello studio, riuso incluso, mostra una riduzione significativa delle emissioni. Addirittura, la movimentazione e gestione media delle filiere, porterebbe l’impatto a saldo positivo (la parola “positivo”, in questo caso non è una buona cosa: significa, in sostanza, che le pratiche analizzate inquinano l’ambiente più di quanto lo aiutino). È proprio questo risultato che, in alcune letture divulgative, a volte diffuse dagli stessi autori, è stato presentato come una prova dell’inefficacia ambientale del riuso.
Ma su quali evidenze si fonda questa presunta prova? Quali pratiche di riuso sono state effettivamente adottate dalle imprese manifatturiere prese a campione, e come sono state misurate? Le emissioni Scope 3 sono notoriamente le più complesse da tracciare e attribuire, e i benefici del riuso possono essere diluiti o non immediatamente visibili nei sistemi di reporting aziendale. Inoltre, quasi tutti il riuso che a oggi viene praticato, non solo in Italia ma nel mondo intero, non fa capo ai sistemi take back citati nella ricerca ma al vasto e complesso settore della seconda mano, che è popolato soprattutto da microimprese a conduzione familiare, e non certo da imprese manifatturiere. In Italia ISPRA ha registrato 232.000 tonnellate annue di riutilizzo annue ad esclusiva opera dei negozianti dell’usato in conto terzi. Circa 600 milioni di oggetti passati di mano in mano a chilometri zero o poco più che zero, grazie all’incontro tra clienti venditori e clienti compratori. L’Università St. Andrews, la più importante della Scozia, è invece venuta in Italia, nel 2025, a registrare le performance ambientali di un altro importante settore del riutilizzo, che spesso viene ignorato e bistrattato: quello degli operatori ambulanti dell’usato, che a quanto riporta l’università scozzese riutilizzano altre 200.000 tonnellate annue, anche in questo caso su base locale. C’è poi il riutilizzo locale operato dalle imprese sociali, non quantificato, ma sicuramente stimabile in qualche migliaio di tonnellate annue. Di fronte a questo universo, l’unico riutilizzo considerato dalla ricerca è quello derivante dal take back operato dalle imprese manifatturiere, che in Italia, così come nel resto del mondo, ha un peso assolutamente marginale (nel nostro paese, probabilmente, non raggiunge l’1% del riutilizzo globale). Le filiere di riutilizzo complesse ovviamente esistono, e non sono solo quelle che fanno capo al take back; gli abiti usati che erano rifiuti tessili e sono stati preparati per il riutilizzo, sono spesso associati a pratiche illecite, e quando sono spediti in Africa oltre a dar vita a meravigliose filiere della seconda mano, creano anche impatti ambientali dovuti alla cattiva gestione del residuo invenduto. Ma anche in questo caso, pieno di luci e ombre, non raggiungiamo il 20% del computo globale del riutilizzo.
Lo studio apparso su Business Strategy and the Environment, in questo senso, più che l’eventuale inadeguatezza del riuso, evidenzia un limite assai diffuso nelle ricerche accademiche sull’Economia Circolare. Si misura solo ciò che è centralizzato e formalizzato in uno specifico ambito imprenditoriale, e si tende a lasciar fuori, di default, l’economia “polverizzata” delle microimprese, anche nei casi in cui essa somma la parte preponderante di un fenomeno. La reportistica di sostenibilità, grande sfida di questo secolo, fa emergere le pratiche positive e induce le imprese a comportarsi meglio. Ma se allo stato attuale delle cose si confonde ciò che viene formalmente riportato (a volte con un po’ di green washing) con ciò che realmente accade, si rischia di descrivere un mondo che non esiste, e di specularci sopra con infinite, quanto inutili, teorie. Ed è su queste teorie, purtroppo, che si basano spesso le scelte dei decision-makers. Scelte che rispecchiano una realtà distorta, inibendo l’adozione delle politiche di cui il riutilizzo ha realmente bisogno per esprimere il suo massimo potenziale ambientale (regolarizzazione, emersione e tracciabilità delle filiere, benefici fiscali, tariffe rifiuti dedicate e non vessatorie, logistiche integrate ed efficienti, ecc.).
La ricerca apparsa su Business Strategy and the Environment ha comunque degli innegabili elementi di pregio perché, nella sua parte puramente analitica, mostra la grande complessità delle pratiche circolari, che hanno funzionamenti diversi, filiere diverse e impatti ambientali diversi, risultando in qualche caso virtuose e in altri casi pressoché inutili, o utili solo dal punto di vista economico (c’è gran dibattito sull’importanza del riciclo per preservare l’autonomia strategica dell’Unione Europea, riducendo la sua dipendenza dalle materie prime importate dai paesi extracomunitari). Come puntualizzato dalla co-autrice della ricerca Margherita Molinaro, anch’essa in forze all’Università di Bolzano, l’Economia Circolare “va fatta bene”, e “se la trattiamo come una ricetta magica, rischiamo di illuderci”.
Allo stesso modo, rischiamo di “illuderci” se liquidiamo l’intera pratica del riuso, e i suoi benefici ambientali, in base ad analisi che in tutta evidenza sono parziali e non rappresentative.
Le letture che ti consigliamo per avvicinarti alla sostenibilità: