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Centri per il riutilizzo al bivio

Venerdì 08 Maggio 2026

Articolo apparso ad aprile su Oltreilgreen24, newsletter di approfondimento realizzata da Safe-Hub delle Economie Circolari in collaborazione con il Sole24ore. Si ringrazia Safe-Hub delle Economie Circolari per la gentile concessione.

Hanno debuttato all’inizio del millennio, come iniziativa eroica della società civile e di qualche Comune lungimirante. I “Centri di Riuso”, che per coerenza con le definizioni di legge ora vengono chiamati “Centri per il Riutilizzo”, hanno mostrato con azioni concrete che il flusso dei rifiuti urbani è ricco di oggetti che possono essere facilmente riutilizzati, senza bisogno di particolari trattamenti. Un’evidenza che, all’epoca, non era sostenuta da studi scientifici né, tantomeno, dalla percezione generale delle autorità responsabili della gestione dei rifiuti.

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Oggi, a 25 anni di distanza dalle prime esperienze pioneristiche, i Centri per il Riutilizzo italiani sono quantificabili tra le 150 e le 200 unità. Grazie a fondi regionali dedicati che ne hanno promosso l’esistenza, circa il 25% delle unità si trova in Lombardia. Significativi finanziamenti ne hanno promosso la proliferazione anche in Emilia Romagna (circa il 15% delle unità), in Veneto (circa il 10%) e nelle Marche (circa l’8%).

Lo sforzo di censimento è stato compiuto soprattutto dal movimento Zero Waste Italy, con qualche difficoltà nel perimetrare l’universo di riferimento non esistendo una definizione chiara di ciò che è o non è un Centro per il Riutilizzo. È comunque assodato che, tendenzialmente, il Centro per il Riutilizzo è un luogo di raccolta e ridistribuzione di beni usati gestito da una realtà non profit locale e ubicato presso un Centro di Raccolta Comunale.

Un valore soprattutto qualitativo

Le effettive performance di riutilizzo di queste strutture non sono chiare, perché non esistono metodi di calcolo armonizzati tra i territori, né sistemi di registro consolidati; usualmente i dati sono affidati all’autodichiarazione dei centri di riuso stessi. Una rapida disamina dei comunicati stampa pubblicati in rete mostra risultati che vanno da una tonnellata l’anno per struttura fino ad arrivare a due o tre eccellenze che superano le 300 tonnellate. Raramente si superano le 20 tonnellate annue.

Che si tratti di 2000 o 5000 tonnellate annue in totale, il peso dei Centri per il Riutilizzo è irrilevante rispetto alle circa 500.000 tonnellate che il settore del riutilizzo italiano movimenta complessivamente. D’accordo con i dati forniti da ISPRA all’Agenzia Europea dell’Ambiente, il solo segmento dell’usato conto terzi, 3000 negozi in tutta Italia, performa oltre 230.000 tonnellate di riutilizzo annue escludendo i beni di pregio. I venditori ambulanti dell’usato, dal canto loro, secondo i dati recentemente forniti da Università St.Andrews e Rete ONU, reimmettono annualmente in circolazione altre 200.000 tonnellate e rotti di beni usati.

“La ragione per la quale il legislatore decide di dare importanza a queste strutture, oltre che a specifici equilibri di concertazione con la società civile, è soprattutto di ordine qualitativo”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena. “I Centri per il Riutilizzo si differenziano in modo sostanziale dalle altre attività di riutilizzo italiane per la sinergia strutturale con i Comuni, e per la loro ubicazione operativamente strategica presso i Centri di Raccolta Comunali, ossia presso lo snodo di raccolta dei rifiuti urbani che concentra la maggiore quantità di beni riutilizzabili”.

Il percorso legislativo

Il primo riconoscimento dello status operativo dei Centri per il Riutilizzo nella norma primaria, ossia il Codice Ambientale, è avvenuto con una modifica introdotta nel 2016. Il comma 6 dell’art. 181 del Dlgs 152/06 stabilisce che gli “Enti di governo d’ambito territoriale ottimale ovvero i Comuni” possono individuare presso i Centri di Raccolta: a) appositi spazi per “l’esposizione temporanea, finalizzata allo scambio tra privati, di beni usati e funzionanti direttamente idonei al riutilizzo”; b) “apposite aree adibite al deposito preliminare alla raccolta dei rifiuti destinati alla preparazione per il riutilizzo e alla raccolta di beni riutilizzabili”; c) “spazi dedicati alla prevenzione della produzione di rifiuti, con l’obiettivo di consentire la raccolta di beni da destinare al riutilizzo, nel quadro di operazioni di intercettazione e schemi di filiera degli operatori professionali dell’usato autorizzati dagli enti locali e dalle aziende di igiene urbana”. “

In poche parole, se si tratta di beni riutilizzabili, nei Centri di Raccolta Comunali si può fare quasi tutto: esposizioni finalizzate allo scambio tra privati, fattispecie in cui si incastrano i Centri per il Riutilizzo, ma anche intercettazione di rifiuti da destinare a impianti di preparazione per il riutilizzo, e intercettazione di beni da avviare a filiere professionali dell’usato”, osserva Giuliano Maddalena.

La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare, adottata nel 2022 dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, punta all’iniziativa comunale, per mezzo dei Centri per il Riutilizzo, come leva per sviluppare il riutilizzo in Italia. I Centri per il Riutilizzo, però, secondo il MASE, dovrebbero agire in ottica di “filiera” (ossia, diversamente dall’ottica attuale di questi Centri, basata essenzialmente sulla vendita o donazione in loco).

I Centri per il Riutilizzo e i loro omologhi comunitari potrebbero trovare posizione anche negli schemi della Responsabilità Estesa del Produttore, in virtù delle modifiche alla Direttiva Quadro sui Rifiuti entrate in vigore lo scorso ottobre in merito ai tessili (una logica che potrebbe essere riprodotta nei futuri schemi EPR dedicati ad altre frazioni di beni durevoli ad alto potenziale di riutilizzo, come i mobili). Nello schema di EPR tessile introdotto dagli articoli 22-bis, 22-ter, 22-quater e 22-quinquies della Direttiva, i sistemi di gestione dei produttori sono tenuti a coinvolgere gli operatori del riutilizzo e gli operatori dell'economia sociale nelle filiere di prevenzione e recupero da essi organizzate e finanziate: un coinvolgimento che include il diritto di questi operatori a trattenere per sé, dopo valutazione professionale, i beni riutilizzabili conferiti nei punti di raccolta istituiti nel seno di queste stesse filiere.

“In sostanza”, sintetizza il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari, “ciò che già accade nei Centri di Raccolta Comunali che ospitano i Centri per il Riutilizzo, potrà essere riprodotto anche nei punti di raccolta organizzati dai produttori nell’ambito dei loro sistemi di gestione”.




Rischi e difetti della prassi in vigore

“L’evoluzione della normativa circolare, sia a livello europeo che nazionale, non rimane indifferente al rischio di espulsione di queste strutture dai nuovi scenari”, prosegue Giuliano Maddalena. “Un’espulsione che sarebbe probabilmente fisiologica in virtù degli ambiziosi obiettivi ambientali e dello scale-up industriale che ne consegue. Al contrario, chiede al sistema di integrarle in modo funzionale: la Strategia Nazionale per l’Economia Circolare parla apertamente di ottica filiera, mentre l’Europa parla di valutazioni professionali”.

“Tale funzionalità va esaminata in modo tecnico, anche in vista di un ulteriore sviluppo normativo di livello europeo: gli obiettivi quantitativi per il Riutilizzo, proposta che la Commissione sta preparando sulla base di elaborazioni dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Obiettivi quantitativi che, qualunque sia la loro portata, difficilmente potranno essere raggiunti se gli snodi chiave della filiera sono ostruiti da colli di bottiglia inefficienti”.

A offrire una panoramica globale del modo di lavorare dei Centri per il Riutilizzo italiani è il Centro di Ricerca Rifiuti Zero, che nel 2021 ha lanciato una mappatura in costante aggiornamento di queste strutture. Circa il 45% dei Centri per il Riutilizzo è gestito da associazioni e gruppi di volontari, e il 35% da cooperative sociali. Il rimanente 20% è riconducibile a gestioni dirette di Comuni e aziende di igiene urbana che, comunque, delegano ampiamente le realtà non profit locali.

Preoccupano però le modalità con le quali i beni riutilizzabili vengono reimmessi in circolazione; secondo i dati di Rifiuti Zero una minoranza di Centri per il Riutilizzo dichiara di donarli gratuitamente, mentre un’altra quota minoritaria afferma di svolgere una normale vendita al dettaglio. La maggioranza dei Centri per il Riutilizzo, però, non ricade chiaramente in nessuna di queste due fattispecie: i beni non vengono né donati né venduti ma sono ceduti a fronte di un’"offerta libera", o di una generica “contropartita”. “Formule che si adattano bene a pratiche volontaristiche di tipo saltuario, come ad esempio i boy scout che si autofinanziano vendendo torte alle mele nelle loro parrocchie, ma suonano a illegalità se applicate ad attività più sistematiche”, osserva Maddalena.

Il segnale d’allarme è stato lanciato nel 2021 da Stefano Vignaroli, a quel tempo Presidente della Commissione Bicamerale Ecomafie: in relazione ai Centri di Riuso, per prevenire “scenari dove il commercio al nero diventi dominante (…) occorre fare chiarezza sulla dimensione della gratuità nella cessione dei beni che è associata a libere offerte in denaro che in realtà sono contropartite economiche. Oggi è una pratica molto diffusa, dato che riguarda oltre il 50% dei centri di riuso censiti, ma si può presumere che non abbia effetti negativi; ma se questo tipo di sistema si estendesse ed evolvesse, gli effetti potrebbero essere disastrosi. L’incremento del sommerso, infatti, oltre a provocare un evidente danno all’erario pubblico, creerebbe enormi spazi di irregolarità dei quali si potrebbero beneficiare le stesse organizzazioni criminali che tutt’ora accaparrano i vestiti usati; economie irregolari che, come accaduto con gli abiti usati, implicheranno delitti ambientali, riciclaggio di denaro e violenze”.

Giuliano Maddalena offre un ordine di dimensioni. “La posta in gioco non è bassa. Se le intercettazioni presso Centri di Raccolta Comunali e altri punti di raccolta diventassero estese e sistematiche, potrebbero essere reimmesse sul mercato 600.000 tonnellate annue di beni riutilizzabili. Con un valore al dettaglio che, secondo l’Osservatorio del Riutilizzo, rasenta i 2 miliardi di euro”.

Per molti anni, i Centri per il Riutilizzo sono stati l’unico modo di salvare dalla distruzione i prodotti finiti ancora in buone condizioni conferiti nel flusso dei rifiuti urbani. Ma dal 2008, con l’entrata in vigore della Direttiva Quadro sui Rifiuti, è subentrata la definizione normativa di Preparazione per il Riutilizzo, ossia la forma di recupero dei rifiuti finalizzata a reimmettere in circolazione ciò che può essere valorizzato con semplici operazioni di ispezione ed eventuali igienizzazione o riparazione o ricondizionamento, mantenendo la propria funzione d’uso. Nel 2018, la Preparazione per il Riutilizzo è entrata a pieno titolo dentro la definizione di Recupero dei rifiuti, e praticarla contribuisce al raggiungimento degli obiettivi generali di recupero imposti dall’Unione Europea. Nel 2023, finalmente, con il DM 10 luglio 2023 n°119, l’Italia ha definito le procedure di trattamento necessarie a fare la Preparazione per il Riutilizzo (in relazione agli impianti con autorizzazione semplificata, ma con matrice di riferimento chiara per gli impianti con autorizzazione ordinaria).

“Ora quindi, a partire dal medesimo flusso e dai medesimi snodi logistici, è possibile destinare ciò che è riutilizzabile ai canali del non rifiuto, ossia ai Centri per il Riutilizzo, laddove sono presenti, e agli impianti di Preparazione per il Riutilizzo”, sottolinea Maddalena. “Una modalità plurale e sovrapposta che non è esente da rischi specifici. Il primo rischio riguarda la legalità: di fatti, i Centri per il Riutilizzo potrebbero essere l’alternativa non controllata e non tracciata alle operazioni di Preparazione per il Riutilizzo, che, pur avendo in comune lo sbocco alle filiere della seconda mano, sono soggette ai rigorosi controlli della gestione del rifiuto. Il secondo rischio è di tipo economico-operativo: con la scrematura a monte dei beni riutilizzabili di migliore qualità, gli impianti di Preparazione per il Riutilizzo potrebbero stentare a raggiungere i loro punti di equilibrio economici, e ciò potrebbe aumentare i costi a carico dei cittadini/consumatori, dato che per coprire le loro perdite al fine garantirne il funzionamento bisognerebbe ricorrere ai soldi da loro pagati mediante tariffa comunale o come contributo ambientale incorporato nel prezzo delle merci da loro acquistate”.

Come si raggiunge la funzionalità?

Secondo il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari l’attività di riutilizzo delle realtà non profit locali va salvaguardata, ma senza derogare ai principi di efficienza e trasparenza del sistema circolare, né ai suoi obiettivi ambientali. “Perpetuare l’esperienza attuale dei Centri per il Riutilizzo, tra le altre cose, esporrebbe le amministrazioni pubbliche a interventi della Corte dei conti; e di fronte alle possibili lamentele di operatori del riutilizzo non sovvenzionati, le vendite al dettaglio dei Centri per il Riutilizzo potrebbero essere contestate dall’autorità Antitrust”.

“Chi gestisce i Centri per il Riutilizzo si troverà, presto o tardi, di fronte a un inevitabile bivio: una strada possibile è incrementare la qualità operativa della propria attività, per adattarla agli standard di qualità, efficienza e trasparenza che la circolarità richiede, integrandosi eventualmente nella logica della Preparazione per il Riutilizzo, o applicando strumenti di controllo e tracciabilità di livello comparabile alla Preparazione per il Riutilizzo; in questo percorso di adattamento, le imprese sociali potrebbero trovare un valido supporto nei sistemi di gestione dei produttori. L’altra strada possibile è far tesoro dei propri legami con la comunità locale, e del know-how maturato sul Riutilizzo, per virare su attività di educazione e sensibilizzazione ambientale. Queste ultime non vanno sottovalutate: sono fondamentali per la tenuta e lo sviluppo del sistema”.

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