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Charities, una tradizione che deve reinventare sé stessa

Venerdì 22 Maggio 2026

Pietro Luppi

Il mondo è in continua trasformazione, l’economia è in continua trasformazione, la tecnologia è in continua trasformazione, e in un contesto così mutevole le tradizioni, anche quelle più radicate, non possono rimanere uguali a loro stesse. Il bivio tra evoluzione o estinzione è inevitabile, e questa dura legge della natura riguarda vale anche per il settore della seconda mano. Nel Regno Unito e in Canada la tradizione di donare vestiti e altri oggetti usati alle Charities è profondamente radicata.

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“Un gesto di gentilezza”, come lo ha semplicemente definito Helen Nellis, figura nota nel Regno Unito per le sue iniziative caritatevoli finanziate con la vendita degli abiti di seconda mano nonché per aver svolto il ruolo di rappresentante della Regina Elisabetta nella Contea del Bedfordshire (prima donna, in 500 anni, ad aver assunto il ruolo di Lord-Lieutenant nella Contea).

Un gesto di gentilezza che illumina con sobria trascendenza la routine quotidiana delle famiglie britanniche e canadesi, e che si è moltiplicato a dismisura, negli ultimi decenni con l’affermarsi di un’opulenza diffusa e con il conseguente aumento nella rotazione di consumo degli abiti usati di qualità.

Nel Regno Unito esistono circa 11.000 Charity shops, che coprono in modo più che preponderante l’offerta nazionale di beni usati al dettaglio. In Canada non esiste un registro formale che consenta di conoscerne il numero, ma la diffusione in tutto il paese dei negozi solidali di Esercito della Salvezza, San Vincenzo de Paoli , MCC e Goodwill fa supporre che siano alcune migliaia.

L’origine della crisi

Il mondo delle Charities oggi però vive una profonda crisi, sulla quale alcuni dei principali esponenti del settore hanno discusso esaurientemente tra il 18 e il 22 maggio 2026 ad Accra, in Ghana, in occasione di un evento organizzato da Landsfills2Landmarks.

Perché proprio in Ghana, se i Charity Shops si trovano nel Regno Unito e in Canada?

Partiamo dall’inizio. A descrivere uno dei fattori scatenanti della crisi è stato Andrew Ostcliffe, storico consulente tecnico del mondo Charity inglese. “Vinted e le altre piattaforme online stanno sottraendo una parte importante dei flussi. A causa della crisi economica, un numero crescente di persone è attratto dalla possibilità di guadagnare qualcosa con la vendita dei propri abiti usati”.

“Ma fotografare ogni singolo abito, caricarlo sulla piattaforma, e poi gestirne la cessione all’acquirente richiede tempo e sforzo”. I Charity Shops, quindi, oggi competono con le piattaforme soprattutto offrendo ai donatori la possibilità di cedere i vestiti in blocco, con un’unica, rapida e semplice operazione di consegna che risolve il cambio di stagione. Una logica che si concilia male con la selettività dei vestiti usati in ingresso, che sono sempre di più, e di qualità sempre più basse a causa dell’affermarsi del fast-fashion.

“Gli addetti dei Charity Shops nella maggior parte dei casi non sono professionisti ma volontari senza competenze specifiche”, ha sottolineato Ostcliffe. “Nei Charity Shops è comune vedere esposti capi con un pricing completamente errato. Capi che avrebbero chance di essere venduti a 3 pound, con un prezzo di 11 pound in etichetta”.

“Il risultato globale di questa situazione è che le Charity ricevono più volumi, con qualità minore che non possono o non sanno vendere alla clientela locale. Per liberare i loro magazzini stracolmi la soluzione, sempre di più, è diventata l’esportazione di massa ai mercati della seconda mano africani”.




Lo scandalo africano e il crollo delle vendite

Ma quella che sembrava essere una buona soluzione ha aggravato la crisi. “Lo scandalo mediatico dello smaltimento selvaggio degli abiti usati invenduti in Africa ci ha travolto” ha detto David Roman, esponente della British Heart Foundation, che finanzia la lotta alle malattie cardiovascolari anche grazie alla vendita degli abiti usati. La gente non vuole più donare né comprare. Nel 2023 la fondazione ha destinato alla propria missione 30 milioni di euro ottenuti dalle vendite di abiti usati. Nel 2024 sono stati solo 22 milioni, e i ricavi continuano a scendere.

“Gli inglesi si sentono defraudati, la loro buona fede è stata tradita. Una donazione che provoca disastri ambientali non può più essere considerata un atto solidale”, ha spiegato la deputata del parlamento britannico Bell Ribeiro-Addy, intervenuta di persona nel convegno di Accra.

Nell’evento tenutosi nella capitale ghanese l’argomento principale era la tracciabilità, necessaria a dimostrare i reali impatti ambientali del sistema. Impatti che probabilmente sono inferiori rispetto a quelli dichiarati da giornalisti ed attivisti, ma sono comunque esistenti. Grazie alla trasparenza derivante dalla tracciabilità può essere identificata la vera dimensione e natura del problema, e soluzioni solide possono essere trovate. Il contenuto delle balle di abiti esportate può essere migliorato, e la quantità di invenduto mal gestito può essere ridotta, in presenza di standard di prodotto chiari, controlli, recupero e valorizzazione delle quote invendute e interventi nella gestione locale del rifiuto.

British Heart Foundation, assieme a Esercito della Salvezza e altri importanti network britannici di Charity Shops hanno creato TRUST, un gruppo di lavoro comune finalizzato a studiare e sviluppare strumenti di monitoraggio e sistemi di certificazione dei canali di distribuzione africani. Un lavoro di una certa complessità, che implica verifiche e innovazioni di processo lungo tutta la catena del valore, dagli impianti di selezione che ricevono gli abiti raccolti dalle Charities, fino agli importatori, grossisti, dettaglianti e waste pickers africani.

Il gap reputazionale è in realtà un gap nelle infrastrutture

Bryan Kovac, esponente del network di Charity Shops di San Vincenzo de Paoli in Canada, conosciuto con il brand Vinnie’s (o Chez Vincent nelle aree canadesi francofone), ha riferito che da qualche tempo la sovrabbondanza di donazioni obbliga i 150 negozi del circuito a destinare in discarica il 75% del raccolto. Solo un quarto degli abiti donati è adatto al mercato locale. L’unica opzione per massimizzare il riutilizzo è quindi l’esportazione ai canali africani. Il potenziale esportabile supera le 25.000 tonnellate annue (circa 75 milioni di capi di abbigliamento). Ma il network, assumendo la lezione inglese, non intende assumersi il rischio reputazionale di scandali ambientali. “La soluzione è avanzare il più possibile nella catena di valore, per avere direttamente a che fare con le filiere africane, senza intermediari” ha detto Kovac alla platea di Accra. “La nostra intenzione è far sì che la nostra dimensione di rete trascenda la condivisione del marchio e il versamento dei ricavi ai progetti solidali. Vogliamo creare economie di scala, dotandoci di magazzini e impianti di selezione professionali. Come in ogni normale filiera di distribuzione, desideriamo farci carico di ogni eventuale inconformità di prodotto relativa al contenuto delle balle di abiti usati destinate all’Africa, facendo in modo che il costo di questi errori non ricada sui venditori ambulanti che rappresentano l’ultimo anello della catena”.

Vinnie’s ha già investito 12 milioni di euro per la creazione di un grande impianto di stoccaggio e selezione dei vestiti usati da esportare e, nelle intenzioni dell’ente solidale, è il primo di 5 impianti: uno per ognuna delle 5 regioni dove i negozi sono presenti.


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