Articolo apparso a giugno su Oltreilgreen24, newsletter di approfondimento realizzata da Safe-Hub delle Economie Circolari in collaborazione con il Sole24ore. Si ringrazia Safe-Hub delle Economie Circolari per la gentile concessione.
“Africa” è un concetto astratto. Un cliché, uno stereotipo. La foresta, i tamburi, i leoni, i bambini che muoiono di fame in aree rurali sperdute o nelle grandi bidonville dove i rifiuti vengono bruciati a cielo aperto. Un cliché e uno stereotipo ampiamente riprodotto quando si parla di circolarità. L’Africa è diventata la pattumiera nascosta dei rifiuti europei? Sì, ciò è in parte vero, e le immagini dei report giornalistici lo confermano. Ingenti quantità di elettrodomestici, pannelli solari e indumenti usati inviati ai paesi subsahariani per essere riutilizzati, sono spesso oggetto di ulteriori selezioni o lavorazioni in loco, il cui output residuale è smaltito informalmente danneggiando l’ambiente. A volte, come nel caso degli indumenti usati, l’impatto ambientale è generato dall’inappropriata gestione delle quote dell’invenduto. Ma la situazione cambia a seconda del paese, della città e della singola filiera. Nell’Africa Subsahariana vivono 770 milioni di persone, dislocate in 49 paesi, 150 grandi città e un’infinità di aree rurali e centri urbani minori. Voler ricondurre questo universo a un unico fenomeno è a dir poco una forzatura.

Ad Accra il centro nevralgico del dibattito sul riutilizzo tessile
La popolosa capitale del Ghana, Accra, essendo ubicata nei pressi dell’intersezione tra equatore e meridiano 0 è convenzionalmente considerata il centro geografico del mondo. Accra è anche il centro nevralgico del dibattito internazionale sul riutilizzo tessile. Il suo grande porto, affacciato sul Golfo di Guinea, riceve ogni settimana dall’Europa, dalla Cina e dagli Stati Uniti circa 2.500 tonnellate di abiti usati, pari a oltre 7 milioni e mezzo di capi, posizionandosi come uno dei principali snodi internazionali dell’economia del riutilizzo.
Tra i principali snodi di riutilizzo del mondo ci sono anche altri porti africani e asiatici, ma Accra ha assunto una maggiore centralità a causa dei report giornalistici che, dal 2021 in poi, hanno denunciato con crescente insistenza l’esistenza di importanti quote di invenduto nelle balle di abiti usati importati e distribuiti nel mercato di Kantamanto; invenduto che genera rifiuti che poi, direttamente o indirettamente, finiscono nel mare.
Lo scandalo mediatico ha generato pesanti reazioni in Europa dove, su pressione della società civile e di alcuni governi, le istituzioni comunitarie hanno avviato percorsi normativi per impedire l’esportazione di frazioni improprie, e ha scatenato un processo politico anche nello stesso Ghana, dove istituzioni e opinione pubblica hanno dichiarato di non voler più tollerare l’arrivo di rifiuti i cui costi ambientali e di gestione ricadono sulla collettività locale. Nel Regno Unito lo scandalo ha avuto ricadute dirette sulle donazioni di abiti usati alle charities, che sono crollate quando si è venuto a sapere che vanno a finire soprattutto in Africa.
Il problema è oggi all’attenzione non solo delle istituzioni europee e dei governi africani, ma anche di importanti istituzioni internazionali come la Convenzione di Basilea (che ha creato uno specifico gruppo di lavoro intergovernativo), UNEP (il programma delle Nazioni Unite sull’Ambiente, che sta lavorando su linee guida per l’import-export degli abiti usati) e OCSE (che ha pubblicato a febbraio 2026 linee guida sulla due diligence per le filiere del riciclo tessile).
L’iniziativa di Landfills2Landmarks
Per accelerare lo sblocco della situazione al di là di quanto possano fare linee o obblighi generali derivanti dalle istituzioni internazionali, l’ente non profit ghanese-britannico Landfills2Landmarks (L2L) ha sviluppato un sistema di tracciabilità e controllo sui flussi import-export di abiti usati. L’ente, nato dall’istanza convergente di charities inglesi e importatori ghanesi, favorisce anche il dialogo tra istituzioni ghanesi e player internazionali per la creazione di norme e prassi commerciali che consentano di risolvere il problema alla radice.
Il lavoro di elaborazione IT e coordinamento di filiera operato da L2L è culminato, dal 18 al 22 maggio 2026, in un grande convegno tematico tenutosi nell’hotel Labadi Beach, a meno di cinque chilometri dalle spiagge di Accra rese famose dalle immagini televisive che mostrano gli scarti fast-fashion del mercato di Kantamanto. Tra i partecipanti ai lavori, il gotha degli importatori ghanesi, i rappresentanti dei venditori ambulanti che aprono le balle e vivono il problema dell’invenduto, esponenti del governo ghanese e del parlamento britannico, e un’ampia delegazione di player internazionali.
Dallo scandalo alla misurazione, dalla misurazione alle soluzioni
Lo scandalo mediatico ha acceso il dibattito portando all’attenzione generale un numero impressionante: almeno il 40% degli indumenti importati ad Accra diventa subito spazzatura. Un numero vivacemente contestato tanto dagli importatori quanto dagli esportatori. Lavinia Fernandes, londinese, vicepresidente del board di L2L, ha chiarito che quella percentuale non è frutto di una ricerca.
Semplicemente, si tratta delle dichiarazioni di un singolo ambulante a proposito di una singola balla, tratte dal documentario Dead white man’s clothes della TV australiana ABC. Un campione non rappresentativo, costituito dall’autodichiarazione di un singolo, e riguardante oltretutto non l’effettivo rifiuto ma una quota di invenduto che poi, in varie forme, viene valorizzata. Il rifiuto c’è, ma non nelle proporzioni che a partire da quel documentario continuano a circolare e a essere diffuse in tutto il mondo, con effetti dirompenti sulla realtà di mercato.
“Nessuno conosce il vero dato”, ha puntualizzato nel suo intervento Pietro Luppi (invitato al convegno di Accra in quanto “ambassador” di TWM-Textile Waste Management, che è lo spin-off di SAFE-Hub delle Economie Circolari ed Envalue Consulting dedicato alla costruzione delle filiere circolari per conto dei consorzi del tessile-moda Made in Italy Retex.green e Recrea).
“Il problema dello smaltimento selvaggio esiste, e la sua gravità non va sottovalutata, ma una solida misurazione del fenomeno implicherebbe l’analisi puntuale delle molteplici destinazioni alle quali l’invenduto viene avviato dai waste pickers informali. Questi ultimi, in molti contesti incluso quello di Kantamanto, ricevono mance per raccogliere l’invenduto presso gli stalli dei venditori ambulanti e poi cercano di valorizzarlo come possono per incrementare i loro guadagni. Ciò che è ancora riusabile pur non essendo adatto al primo canale di vendita, è spesso preso in carico da canali di riutilizzo alternativi, e alcuni capi vengono semplicemente donati. C’è poi la produzione di pezzame a partire dai capi di cotone non riutilizzabili, e altri capi vengono tagliati e ricomposti in nuove creazioni dalla vasta popolazione di upcycler dei mercati. C’è la cannibalizzazione di zip e altre componenti, e l’uso dei tessili come riempitivi per cuscini e sofà. E quando i tessili rimanenti finiscono nelle discariche o in accumulazioni di rifiuti abusive, spesso sono lavati e rivenduti da altri waste pickers. Il rifiuto c’è, ed è visibile negli ambienti circostanti ai mercati, così come nelle discariche. Ma per quantificarlo in modo credibile servono analisi molto accurate, che finora nessuno è stato in grado di fare”.
Il principale asse di contenuto del convegno di L2L era la tracciabilità. Su questo punto tutti i player e le istituzioni presenti convergevano: per contestare efficacemente il dato mediatizzato non è sufficiente dichiarare e mediatizzare un dato alternativo: bisogna istituire un registro di ciò che effettivamente accade e non accade con gli abiti esportati, e tale registro deve fondarsi su tracciature credibili e formalizzate.
Ma su quali criteri e standard può essere misurato ciò che effettivamente non viene venduto, e ancor più importante, ciò che non ha la qualità per poter essere venduto? I rappresentanti dei venditori degli ambulanti presenti al convegno hanno reclamato che una parte importante delle balle che vengono a loro vendute non ha il contenuto promesso al momento dell’acquisto, e quindi devono farsi continuamente carico di perdite economiche impreviste. Alan Wheeler, portavoce di TRA-Textile Recycling Association, l’associazione di categoria degli impianti di selezione britannici, ha manifestato la necessità di poter contare su standard chiari ed inequivocabili, per poter predisporre balle veramente adeguate all’esportazione. È però possibile incontrare efficacemente la domanda finale di un mercato così ampio e variegato a partire da prescrizioni generalizzate? Secondo Marlvin Owusu, importatore membro di GUCDA-Ghana Used Clothing Dealers Association, la soluzione è stabilire chiari procedimenti per la gestione dei prodotti inconformi. Cosa non semplicissima da applicare, data la fisiologica eterogeneità dei prodotti di seconda mano.
“Tracciare non basta”, ha sottolineato Mauro Chezzi, referente di Confindustria Moda presso Retex.green, durante il suo intervento video in sessione plenaria. “La tracciabilità è solo il punto di partenza per conoscere le tappe del percorso degli abiti. Tappe che poi vanno verificate, una per una, non solo in base alla coerenza documentale, ma anche compiendo rigorose verifiche sul campo. Il feedback diretto dei venditori ambulanti è parte essenziale del ciclo di qualità che va introdotto nel sistema. Per garantire alti standard di filiera, a livello sociale ed ambientale, i player vanno accompagnati in un processo di miglioramento continuo. Parallelamente, lavoreremo sui contesti specifici, in ogni località di destinazione, verificando il livello di correttezza della gestione del rifiuto e le opportunità di miglioramento del sistema”.
“Come produttori del tessile made-in-Italy finanzieremo indirettamente il sistema di distribuzione downstream imponendo criteri di scelta dei canali di esportazione ai selezionatori di rifiuti che operano nelle filiere da noi organizzate in ambito EPR. In concreto, consentiremo l’esportazione della frazione riutilizzabile solo alle filiere africane che potranno dimostrare standard accettabili. Se i costi di implementazione di questi standard non consentissero agli importatori africani di riconoscere ai selezionatori gli stessi prezzi offerti dai loro concorrenti, allora aiuteremo economicamente i selezionatori perché possano lavorare con prezzi un po’ più bassi”.