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Riparazione e Riuso, la nuova sfida dei produttori

Venerdì 23 Gennaio 2026

Articolo apparso a gennaio su Oltreilgreen24, newsletter di approfondimento realizzata da Safe-Hub delle Economie Circolari in collaborazione con il Sole24ore. Si ringrazia Safe-Hub delle Economie Circolari per la gentile concessione.

In cima alla gerarchia dei rifiuti imposta dall’Unione Europea ci sono Riduzione e Riutilizzo (che rientrano nel concetto di “prevenzione dei rifiuti”) e Preparazione per il Riutilizzo (trattamento del rifiuto finalizzato a reimmettere i prodotti nel mercato della seconda mano).

riutilizzo-preparazione

“Per molti anni queste pratiche, seppur poste al vertice della gerarchia in termini di principio, non sono state al centro delle politiche ambientali”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena. “Tra le ragioni di questa situazione, c’è il vincolo legale di Comuni e di Produttori a raggiungere precisi obiettivi di raccolta e recupero dei rifiuti, ma nessun obiettivo quantitativo di prevenzione. La stessa Preparazione per il Riutilizzo, che da qualche anno è chiaramente inserita nell’ambito del recupero dei rifiuti, non dispone di obiettivi quantitativi scorporati dal computo generale, sfavorendone lo start-up in un settore dove le pratiche di riciclo sono più consolidate”.

“A sfavorire la Preparazione per il Riutilizzo sono anche le lacune normative. Il Decreto Ministeriale sulla Preparazione per il Riutilizzo, che ai sensi di legge avrebbe dovuto uscire già nel 2010, è stato emesso solo nel 2023, e impone procedure operative che hanno lasciato perplesso più di un operatore”.

La norma è inadeguata anche su altri aspetti, tra i quali il regime IVA speciale riservato agli oggetti usati, che, come ha segnalato qualche mese fa l’esperto di seconda mano Alessandro Giuliani in un’intervista concessa a Oltre il Green 24, non si riesce ad applicare sui beni preparati per il riutilizzo essendo questi ultimi tecnicamente “nuovi”; si crea così un regime di doppia imposizione complicato da sostenere.

Giuseppe Piardi, CEO di Stena Recycling, riferisce che la sua azienda è dotata delle autorizzazioni di legge necessarie a compiere la Preparazione per il Riutilizzo dei RAEE (rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici), ma l’avvio delle operazioni è reso difficile dalla poca chiarezza del Codice del Consumo. “In Italia, a differenza di altri paesi europei, la Preparazione per il Riutilizzo è ostacolata anche dalle norme sulla garanzia legale del consumatore, che sono rigide e confuse allo stesso tempo. Chi si fa responsabile degli eventuali difetti di conformità degli apparecchi ricondizionati? Come si esercita il diritto di regresso, normalmente concesso al venditore nel caso in cui la responsabilità di tali difetti sia a monte? Finché questo tipo di problemi non saranno risolti, la Preparazione per il Riutilizzo rimarrà solo una bella teoria, molto complessa da applicare nella pratica”.

“Per ora”, denuncia Piardi, “la Preparazione per il Riutilizzo è soprattutto un pretesto, usato da alcuni operatori, per mandare fuori dall’Europa RAEE falsamente dichiarati come riutilizzabili, che una volta arrivati a destinazione vengono smaltiti in modo selvaggio”.

Seval, impresa leader del riciclaggio di rifiuti tecnologici, svolge da diversi anni una attività di preparazione per il riutilizzo. Il Direttore Commerciale, Alessandro Danesi, riferisce che i flussi idonei a ricondizionamento, rigenerazione e distribuzione nei canali della seconda mano sono soprattutto quelli provenienti dai distributori, che avviano a recupero resi difettati o apparecchi post-consumo gestiti con cura, e quelli provenienti dagli uffici, spesso pieni di apparecchi non più attraenti per il mercato di prima fascia ma apprezzati da fasce di mercato differenti. Non sono invece adatti alla preparazione per il riutilizzo i RAEE post-consumo intercettati nei centri di raccolta comunali, che rappresentano i due terzi del flusso ricevuto da Seval. “Arrivano troppo deteriorati, a causa delle modalità di intercettazione e di trasporto”, spiega Danesi. “Per cambiare la situazione bisognerebbe cambiare il modo di lavorare delle piattaforme e ridisegnare i processi logistici. Probabilmente sarebbe troppo costoso”. Non vengono destinati alla preparazione per il riutilizzo neanche i RAEE consegnati dai fabbricanti, che generalmente sono resi commerciali tornati alla casa madre, o stock di magazzino rimasti invenduti. “In questi casi”, dice il manager, “noi interveniamo nel quadro di una rottamazione fiscale dove occorre certificare la distruzione del prodotto. D’altronde, se i fabbricanti avessero avuto la possibilità o l’intenzione di reimmettere questi prodotti sul mercato lo avrebbero fatto per proprio conto”.

Secondo Danesi il riutilizzo degli apparecchi elettrici ed elettronici, così come di altri prodotti tecnologici, e specialmente quelli più sofisticati, ha un limite strutturale dato dalla rapidissima evoluzione tecnologica. “Un pannello solare post-consumo, che dopo qualche anno di attività rende il 90% di quando era stato prodotto, difficilmente può competere con pannelli di nuova generazione che in comparazione hanno una resa pari al 120%. Difficile anche sostenere il costo di riprogrammazione di un computer o di uno smartphone, se il risultato è comunque molto meno performante degli ultimi modelli proposti al mercato”.

“Va poi gestito il tema della sicurezza. Chi si fa responsabile della reimmessa in circolazione di un prodotto con batterie vecchie, che magari rischiano di incendiarsi?”.

Giuliano Maddalena si mostra ottimista per il futuro. “Le attuali lacune normative verranno risolte grazie all’onda di impatto degli obiettivi ambientali. Poco a poco, per evitare salate infrazioni europee, il Governo rimuoverà le norme e i cavilli che rappresentano un ostacolo diretto o indiretto agli adempimenti. Un grande impulso allo sviluppo di riparazione, riutilizzo e preparazione per il riutilizzo arriverà dall’imminente estensione della Responsabilità Estesa del Produttore a una più ampia gamma di beni durevoli: tessile, mobili e materassi, che sommati tra di loro, solo in Italia, costituiscono milioni di tonnellate di rifiuti. Sul fronte degli apparecchi elettrici ed elettronici, ad avere un effetto trascinante sarà la Direttiva UE sul Diritto alla Riparazione, in procinto di essere recepita in Italia, che obbliga i fabbricanti a offrire ai consumatori servizi di riparazione gratuiti o a prezzi ragionevoli, al di là della riparazione gratuita già prevista dal Codice del Consumo nel quadro della garanzia legale del prodotto. Il Regolamento europeo sull’Ecodesign impone progettazioni ecocompatibili dove gli oggetti hanno un’alta durabilità e sono riutilizzabili e riparabili, e la Commissione Europea sta avanzando nel suo lavoro di analisi per introdurre obiettivi quantitativi di Riutilizzo per tutti gli Stati Membri”.

“SAFE, nel frattempo, non rimane con le mani in mano, e come sua abitudine cerca di anticipare gli sviluppi normativi, rendendo i produttori motore, e non soggetto passivo, del cambiamento” riferisce il manager dell’Economia Circolare.

“Nel secondo trimestre del 2025, con il consorzio Ecoped, abbiamo rodato il ricondizionamento su scala dei resi commerciali di piccoli elettrodomestici come aspirapolveri, macchine del caffè e ferri da stiro. Con Ecoped e Ridomus, nello stesso periodo, abbiamo lanciato l’app MyRAEE per orientare i consumatori che hanno volontà di riparare i loro apparecchi elettrici ed elettronici, e in ambito tessile abbiamo avviato un percorso di analisi e ricerca di soluzioni di miglioramento per le filiere della seconda mano africane e dell’Europa orientale, che rappresentano il maggior mercato di riferimento per gli abiti usati intercettati dalle raccolte differenziate”.




Gerarchia ambientale e beneficio macroeconomico

“La gerarchia obbedisce a criteri ambientali ed igienico-sanitari, perché ovviamente quando si riduce il consumo di prodotti nuovi, riparando, riutilizzando o preparando per il riutilizzo, gli impatti sono minori”, commenta Pietro Luppi, Presidente di Rete ONU (associazione nazionale degli operatori dell’usato). “La buona notizia è che, dal punto di vista collettivo, le opzioni prioritarie in ottica ecologica sono anche quelle più convenienti in termini occupazionali e di produzione di ricchezza. L’Europa, nei suoi percorsi normativi per l’Economia Circolare, non pensa solo all’ambiente ma anche agli aspetti macroeconomici. Riparare e riutilizzare in patria, significa trattenere ricchezza invece che portare soldi in Asia. I prodotti ricondizionati e di seconda mano, che sono prodotti low cost, non entrano in concorrenza diretta con i prodotti nuovi made in Italy, che usualmente si posizionano su fasce di prezzo medio-alte. Tolgono invece fette di mercato ai prodotti low cost di importazione asiatica, che a parità di prezzo, e pur essendo nuovi, presentano spesso caratteristiche di qualità e durabilità che sono inferiori a quelli usati e ricondizionati”.

Oggi le imprese della riparazione in Italia sono oltre 300.000, e circa 25.000 si dedicano a mantenere in funzione elettrodomestici ed altri beni di uso personale. La maggior parte di questo settore, riferisce Confartigianato, è costituito da microimprese. L’arcipelago della seconda mano, invece, a quanto riporta l’Osservatorio del Riutilizzo, esprime più o meno 100.000 addetti tra negozianti dell’usato conto terzi, rigattieri e operatori ambulanti; secondo ISPRA i negozi conto terzi, che sono il segmento più formalizzato del settore, nel 2022 hanno riutilizzato 232.000 tonnellate di beni, ma secondo l’Osservatorio del Riutilizzo, includendo anche gli altri segmenti si arriverebbe a una mole di circa 500.000 tonnellate annue. Gli studi compiuti negli ultimi vent’anni dall’Osservatorio mostrano che questi volumi potrebbero aumentare ulteriormente, e drasticamente, grazie all’implementazione della Preparazione per il Riutilizzo: tra i rifiuti urbani conferiti nei centri di raccolta comunali ci sono almeno 600.000 tonnellate di oggetti che sono riutilizzabili senza bisogno di alcuna riparazione, e un volume equivalente è costituito da oggetti che potrebbero tornare in circolazione dopo interventi di riparazione e ricondizionamento.

“Riutilizzo e riparazione, se portati a una scala industriale, possono generare ancora più posti di lavoro, e contribuire alla riattivazione dell’economia”, aggiunge Giuliano Maddalena. “Le ricerche settoriali sono concordi nello stimare che ogni 10.000 tonnellate di rifiuto l’incenerimento crea circa 3 posti di lavoro, il riciclaggio ne crea 30, mentre riutilizzo e riparazione mediamente ne creano 80”.

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